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Residenza fiscale persone fisiche: il punto di vista dell’Agenzia delle Entrate

Residenza fiscale secondo l'Agenzia delle Entrate

Nell’ultimo post “Residenza fiscale delle persone fisiche: novità dal Decreto crescita?” ho approfondito i possibili e benefici effetti interpretativi dell’articolo 5, comma 5,- ter del Decreto Crescita.
La risposta all’interpello n. 270/2019 del 18.07. mi ha spiazzato.
Non appena per la risposta, ma, soprattutto, perchè l’articolo 5, comma 5,- ter del Decreto Crescita è stato completamente ignorato.
Come se non esistesse.
Come se l’Agenzia delle Entrate non appartenesse allo Stato italiano.

 

Come si determina la residenza fiscale delle persone fisiche?

“Rispolveriamo” i criteri per stabilire la residenza fiscale delle persone fisiche.
Ricordo a chi non ha letto i precedenti post sulla residenza fiscale delle persone fisiche che sono tre i criteri utilizzati per stabilire se un contribuente persona fisica sia fiscalmente residente nello Stato italiano:

  • l’iscrizione per la maggior parte del periodo d’imposta nelle anagrafi della popolazione residente;
  • il domicilio situato nel territorio italiano per la maggior parte del periodo d’imposta;
  • la residenza ai sensi del codice civile nel territorio italiano avere per la maggior parte del periodo d’imposta.

Questi tre criteri sono alternativi, cioè la persona fisica si considera fiscalmente residente in Italia qualora se ne concretizzi almeno uno di essi.

La maggior parte di noi ha la residenza fiscale in Italia, in quanto assomma i tre criteri.

I contribuenti che si cancellano dalle anagrafi della popolazione residente potrebbero, comunque, essere considerati fiscalmente residenti in Italia se mantengono il domicilio o la residenza nel territorio italiano.

Come si determina la “maggior parte del periodo d’imposta”?

L’articolo 2, comma 2, DPR 917/86 (Testo Unico imposte sui redditi) specifica che ognuno dei tre criteri elencati sopra deve sussistere per la maggior parte del periodo d’imposta.
A cosa fa riferimento?

Come si calcola la “maggior parte del periodo d’imposta”?

All’atto pratico: il periodo d’imposta coincide con l’anno solare (art. 7, primo comma, DPR 917/86) che è di  365 giorni, perciò la sua metà – 183 giorni- rappresenta la “maggior parte del periodo d’imposta”.

Con la sottolineatura che i 183 giorni non sono necessariamente continuativi.

 

Come l’art. 5 D.L. Crescita interpreta la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente?

L’innovazione introdotta dall’articolo 5, comma 5 ter del D.L. 34/2019 riguarda la caratteristica della cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente e l’iscrizione all’AIRE.

Infatti, a differenza della prassi ministeriale (che, infatti, non viene smentita dalla risposta all’interpello 270/2019), l’articolo 5, comma 5 ter del D.L. 34/2019 considera l’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente in Italia non una presunzione assoluta.

L’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente viene innovativamente interpretata come presunzione relativa, a cui il contribuente può dare prova contraria.

Questo è un aspetto interpretativo importantissimo e lo si capisce proprio confrontando l’articolo 5, comma 5 ter del D.L. 34/2019 con la risposta all’interpello 270/2019 che, invece, ripropone la “vecchia” rigidità.

 

Qual’è il contenuto della risposta all’interpello n. 270/2019?

L’interpello era stato presentato da un contribuente con doppia cittadinanza, inglese ed italiana, dato che è figlio di italiani che sono immigrati all’estero ed ivi residenti.
Dal 2006 si era trasferito (ahilui!) da Londra in Italia per motivi di lavoro e nell’ottobre 2017 era ritornato a Londra, assunto da una società con la sede in quella metropoli.
In Italia aveva lasciato la moglie, che una volta al mese si reca a trovarlo (circostanza documentata da biglietti aerei) e una casa in comproprietà con la consorte.
Tutti gli elementi indiziari a comprova che il centro degli affari (lavoro) e degli affetti (genitori) erano stati esposti nell’interpello.
L’interpellante aveva avuto solo la ventura di incontrare l’inefficacia burocratica tipicamente italiana, incontro pagato a caro prezzo.

Perchè?
Perchè, nonostante il contribuente avesse depositato la domanda di cancellazione all’AIRE nel Gennaio 2018, l’anagrafe del Comune di residenza l’aveva ricevuta solo il 4.07.2018, cioè dopo che i 183 giorni erano maturati.

Secondo l’Agenzia delle Entrate nel 2018 il contribuente è ancora fiscalmente residente in Italia, a nulla valendo i criteri applicabili per i casi di doppia residenza secondo la Convenzione contro le doppie imposizioni Italia- Regno Unito.

 

L’Agenzia delle Entrate e l’effettiva residenza fiscale

La risposta all’interpello n. 270/2019 lascia l’amaro in bocca.
Che conclusione possiamo trarre?
Speriamo che l’Agenzia delle Entrate non avesse ancora recepito l’articolo 5, comma 5 ter del Decreto Crescita.
Speriamo che, il futuro sorprenda in senso positivo.
Attualmente il consiglio è di prestare molta attenzione alle date e di non fidarsi dei consolati.

In che misura il contribuente è vincolato dalla risposta a questo interpello?
Nemmeno il contribuente che ha posto il quesito è vincolato a tenere il comportamento indicato dall’Agenzia delle Entrate.
Infatti, la stessa Agenzia premette che l’accertamento dei presupposti per stabilire l’effettiva residenza fiscale costituisce una questione di fatto che non può essere oggetto di interpello ai sensi dell’articolo 11 della L. 212/2000.

Se io fossi un contribuente che si trova in questa situazione, valuterei attentamente, insieme ad un avvocato tributarista, la scelta più opportuna da fare, anche considerando l’importo del reddito e del patrimonio posseduto all’estero.

Infatti, la risposta all’interpello n. 270/2019 non è fonte del diritto, mentre lo è l’articolo 5, comma 5 ter del D.L. 34/2019.

 

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