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Requisiti per la residenza fiscale all’estero – La sentenza 28/3/2018 della Commissione Tributaria Regionale del Friuli

Residenza fiscale all'estero - Requisiti

Una recentissima sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Friuli sui presupposti della residenza fiscale in Italia delle persone fisiche permette di “fare il punto della situazione” ed offre molti spunti di riflessione per una difesa ottimale del contribuente. La sentenza si colloca all’interno della scia interpretativa che considera l’iscrizione all’AIRE elemento necessario, ma non sufficiente per escludere la residenza fiscale in Italia.

 

Perchè la residenza fiscale della persona fisica è importante ai fini della tassazione?

La residenza fiscale della persona fisica è l’elemento che permette ai singoli Stati di tassare i redditi prodotti da quella persona, ovunque siano prodotti (articolo 2, DPR 917/86) e che costituisce la fonte dell’obbligo di compilazione del Quadro RW.
In altre parole, per il fatto che le persone fisiche fiscalmente residenti in Italia sono tassate sul reddito ovunque prodotto, sono obbligate a compilare il Quadro RW per indicare i patrimoni immobiliari e finanziari esteri di cui sono titolari o di cui hanno la disponibilità.

 

Come stabilire se una persona fisica è residente in Italia o all’estero

Stabilire se una persona fisica sia residente in Italia è, normalmente, semplice: le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente sono fiscalmente residenti in Italia.
È complicato capire se si è fiscalmente residenti in un paese diverso dall’Italia; non è sufficiente iscriversi all’AIRE (anagrafe italiani residenti all’estero).
Infatti, anche chi si è iscritto all’AIRE, potrebbe risultare fiscalmente residente in Italia se esistono indizi della permanenza nel nostro Paese per più di 183 giorni in un anno solare.

La sentenza n. 28/3 della Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia è interessante proprio per i suggerimenti che fornisce a quei contribuenti che intendono trasferirsi all’estero, molto spesso obbligati da motivi di lavoro.

I suggerimenti dati dalla sentenza permettono alle persone fisiche di cittadinanza italiana che si trasferiscono all’estero di evitare errori che possono far concludere che l’iscrizione all’AIRE non indica un’effettiva esistenza all’estero per più di 183 giorni nell’anno solare.

La sentenza n. 28/3 della Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia riguarda un dirigente italiano che aveva ricevuto un accertamento bancario.
In esso l’Agenzia delle Entrate accertava un maggior reddito derivante da movimentazioni del conto corrente aperto in Italia dal dirigente italiano.
Il dirigente, iscritto all’AIRE, si era difeso sostenendo che era fiscalmente residente in Libia dove era dipendente di una società italiana.
Le prove addotte dal manager per dimostrare la sua permanenza in Libia per più di 183 giorni erano:

  • il fatto che la società gli riservava uno spazio residenziale all’interno degli uffici;
  • il fatto di aver stipulato, come manager della società con sede in Libia, un accordo con un consulente;
  • il fatto di essere presente negli elenchi ICE;
  • il fatto di avere la disponibilità di veicoli in Libia e di avere titolo per condurli;
  • la documentazione delle spese sostenute dalla società libica per ricavare uno spazio residenziale all’interno dell’area uffici.

Tutti questi elementi indiziari vengono considerati insufficienti dalla Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia per dimostrare che il manager era fiscalmente residente in Italia.

La Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia accoglie, invece, gli indizi portati dall’Agenzia delle Entrate.

 

Dove ha sbagliato la difesa del contribuente?

A mio sommesso avviso, tutti gli elementi, pur esistenti, non contengono alcun aspetto relativo al tempo di permanenza del manager italiano in Libia per più di 183 giorni in un anno solare.

Quali sono gli indizi addotti dall’Agenzia delle Entrate per provare che il manager era presente in Italia per più di 183 giorni e, quindi, era fiscalmente residente in Italia?

In sintesi si tratta di tutti quegli aspetti che fanno concludere per l’esistenza in Italia del centro dei propri affari e dei propri affetti.

Il manager era intestatario di tutte le utenze, compresa quella di telefonia cellulare ed era titolare di due immobili, nella dichiarazione dei redditi presentata aveva indicato come residenza il Comune italiano di provenienza, aveva stipulato una polizza infortuni, ricopriva cariche sociali ed era socio al 98% di una società con sede a Trieste ed al 28,75% di una società con sede a Pescara.
Infine, era titolare di numerosi conti correnti italiani su cui erano affluiti versamenti in contanti di cospicuo importo ed i figli frequentavano scuole italiane.

 

L’iscrizione all’AIRE non basta?

Tutti questi elementi deponevano per sostenere che, nonostante l’iscrizione all’AIRE e lo svolgimento di attività lavorativa all’estero, il manager conservasse in Italia sia gli affetti familiari che gli interessi economici e, perciò, continuasse ad essere fiscalmente residente in Italia.

Questa sentenza consente di fare alcune interessanti considerazioni: la prova della residenza si basa su fatti indiziari che fanno coincidere la forma con la sostanza.

Perciò, solo se la residenza formalmente trasferita all’estero (documentata con l’iscrizione all’AIRE) coincide con l’avere all’estero il centro dei propri affetti ed interessi (in questo caso: le utenze, la famiglia, gli interessi patrimoniali e finanziari), produce l’effetto di essere considerati fiscalmente residenti all’estero.

Nel caso deciso dalla Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia gli indizi “portavano dritto” in Italia.

Come sempre, è utile ribadire che nella gestione di questi aspetti delicati occorre affidarsi ad un avvocato tributarista per valutare accuratamente tutti gli aspetti della propria situazione per evitare spiacevoli sorprese.

 

 

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