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Inerenza dei costi per i redditi da lavoro autonomo

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L’inerenza dei costi riguarda solo il reddito d’impresa o è applicabile anche a quello di lavoro autonomo? Se sì, ha le medesime caratteristiche del reddito d’impresa oppure sono differenti? Spesso l’Agenzia delle Entrate contesta l’inerenza dei costi agli studi professionali. Le motivazioni sono le più disparate: il professionista possiede anche l’immobile che lo studio professionale conduce in locazione. Altro motivo che riscuote successo è che i costi sono più elevati di quelli di mercato.
Si può rispondere a queste contestazioni oppure il professionista è destinato ad accettare l’avviso di accertamento?

La sentenza 89/3/2019 offre degli spunti interessantissimi.

 

Cosa si intende per inerenza dei costi?

L’inerenza è un requisito quasi sempre legato alle spese di sponsorizzazione.
Questo perchè le riprese delle spese di sponsorizzazione per mancata inerenza sono quelle più numerose ( cfr. i miei post “Quando le spese di sponsorizzazione sono inerenti?” e “Inerenza delle spese di sponsorizzazione – Il chiarimento dell’ordinanza n.8981 del 6.04.2017 della Cassazione”).

In realtà, ogni tipo di costo che viene sostenuto dalle imprese deve essere inerente per essere deducibile.
Cosa significa?
Che dai ricavi si sottraggono solo i costi inerenti l’attività d’impresa.

Ad esempio, se un’impresa che produce vernici acquista una imbarcazione da 12 mt, è evidente che tale costo sia non inerente.
In effetti, nasce il sospetto che l’imprenditore abbia fatto acquistare l’imbarcazione all’impresa per non intestarsela come persona fisica.
A meno che dimostri che sta studiando un tipo di vernice per le imbarcazioni e, quindi, l’imbarcazione gli serve.
Uhmmm: ma proprio di 12 mt.?

Fino al 2018 la norma presa a riferimento era l’articolo 109, 5° comma del DPR 917/86, che prevede:

“Le spese e gli altri componenti negativi diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità  sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non vi concorrono in quanto esclusi”.

Come ho spiegato in dettaglio nel post “Inerenza delle spese di sponsorizzazione: c’è qualcosa di nuovo?”, la Cassazione dal 2018 ha chiarito che l’articolo 109, 5° comma, DPR 917/86 riguarda solo il collegamento tra costi ed attività imponibili.

Quindi, l’inerenza non ha una base normativa, l’ordinanza della Cassazione n.8981 del 6.04.2017, confermata da alcune pronunce del 2018, ha escluso che l’inerenza sia un collegamento tra il costo ed i ricavi dell’impresa.

L’ordinanza n. 450 del 11/01/2018 ha affermato che per essere inerenti i costi devono essere riferiti all’esercizio dell’attività imprenditoriale.

 

L’inerenza dei costi è applicabile anche al reddito di lavoro autonomo?

Prima di commentare la sentenza 80/3/2019 ribadisco l’utilità delle pronunce della Cassazione che hanno escluso la rilevanza dell’articolo 109, 5° comma, DPR 917/86.
Perchè?
Perchè l’articolo 109, 5° comma, DPR 917/86 riguarda il reddito d’impresa.
Quindi, affermando che questa norma non stabilisce cosa sia l’inerenza, si conclude che l’inerenza è un requisito per tutti i tipi di costi.
Anche quelli sostenuti da contribuenti non imprenditori.
Cioè i professionisti.

Dunque, alla domanda: l’inerenza riguarda anche i titolari di redditi di lavoro autonomo occorre rispondere in modo affermativo.

Le pronunce della Cassazione (ordinanze n.8981 del 6.04.2017 e 450  del 11/01/2018, solo per citarne alcune), a mio avviso, possono essere di aiuto per capire se l’inerenza dei costi abbia le stesse caratteristiche nel reddito d’impresa ed in quello di lavoro autonomo.

Infatti, affermano che il costo deve essere riferito all’esercizio dell’attività.

 

La sentenza 89/3/19 della Commissione tributaria provinciale di Modena

Il caso deciso riguarda un accertamento ad uno studio associato a cui l’Agenzia delle Entrate contestava l’antieconomicità di alcuni costi, che avevano ridotto in modo importante il reddito di lavoro autonomo.

La Commissione tributaria fa un riferimento alla sentenza n. 18904/2018 della Cassazione in tema di antieconomicità come sintomo rivelatore della mancanza di inerenza.

La Suprema Corte ritiene che l’antieconomicità non può essere contestata dall’Agenzia delle Entrate quando non condivide le scelte economiche del contribuente, perchè apparentemente lontane dalla normalità del mercato.

La contestazione di antieconomicità deve consistere nell’affermazione che l’operazione economica che ha portato al sostenimento del costo non si inseriva nell’attività produttiva.
In questo caso non esiste inerenza.

Rifacendosi a questa sentenza della Cassazione, la Commissione tributaria provinciale di Modena conclude che per disconoscere l’inerenza dei costi per uno studio professionale non è sufficiente che essi siano elevati rispetto a quelli dello stesso settore o che derivino da atti non onerosi (cioè, ad esempio: comodati invece che locazioni).
Quello che occorre è che venga provato che i costi siano a favore del contribuente (in questo caso uno studio professionale) che ha sostenuto il costo.

A mio avviso questa sentenza, pur sintetica, coglie il punto nodale dell’inerenza: occorre che ci sia un collegamento tra il costo e l’attività svolta.

Questo è ciò che si richiede sia nel reddito d’impresa che in quello di lavoro autonomo.

È evidente la portata di questa pronuncia per difendersi in caso di verifica fiscale o in sede contenziosa.

 

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