Contenzioso tributarioFalsa fatturazione

Focus sulle operazioni oggettivamente inesistenti

Operazione oggettivamente inesistente

Nel precedente post “Fatture false: quali conseguenze per chi le emette e per chi le utilizza” ho esposto sommariamente:

  • le condotte di emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti;
  • le operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti;
  • le conseguenze sanzionatorie amministrative e penali e l’indetraibilità dell’IVA afferente le operazioni inesistenti.

L’argomento è molto complesso ed articolato ed occorrono diversi approfondimenti. In questo post mi soffermerò sulle operazioni oggettivamente inesistenti.

Operazioni oggettivamente inesistenti. Sommario.

  1. Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti

  2. La sovrafatturazione

  3. L’onere probatorio che incombe sull’ufficio

  4. L’onere probatorio che incombe sul contribuente

 

1. Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti

L’inesistenza oggettiva di un’operazione fatturata consiste nell’assoluta mancanza della cessione del bene o della prestazione del servizio descritto nella fattura; in altre parole, le operazioni oggettivamente inesistenti si riducono ad operazioni meramente cartolari. Esse, appunto, coincidono e finiscono con la “carta” della fattura.
Per la loro natura esclusivamente cartolare, normalmente esse vengono emesse da società cd. “cartiere”, che, appunto, non hanno altro “oggetto sociale” se non quello di emettere fatture, incassare il compenso e riaccreditarne una parte al destinatario della fattura.
Le società “cartiere” non hanno struttura, nè personale, non versano le imposte e cessano frequentemente l’attività, per non incorrere in controlli da parte del Fisco.
I destinatari delle fatture oggettivamente inesistenti sono contribuenti ordinari, che ricorrono a questi sistemi truffaldini sperando di abbattere il loro carico fiscale e/o per coprire costi “neri”, effettivi di altro tipo.
Le operazioni descritte nelle fatture oggettivamente inesistenti sono, tipicamente, prestazioni di servizi, che, a differenza degli acquisti di beni, sfuggono ad una tracciabilità, non dovendo essere annotate, ad es., nei registri di magazzino o in quelli dei beni ammortizzabili e non coinvolgendo altri soggetti (quali vettori o spedizionieri).

Ad esempio, la società Alfa Srl acquista da Cartiera 1 Srl una prestazione di consulenza direzionale per € 5.000+ IVA di € 1.100; il costo è deducibile e l’IVA detraibile. Una volta effettuato il pagamento, con bonifico bancario o assegno Cartiera 1 Srl restituisce in contanti 5.000 € ad Alfa Spa.

 

2. La sovrafatturazione

La sovrafatturazione è una particolare tipologia di operazioni oggettivamente inesistenti, in cui il corrispettivo o compenso viene indicato in misura superiore a quella reale. Pertanto, la sovrafatturazione rivela un’operazione solo parzialmente inesistente: limitatamente alla parte eccedente rispetto a quella effettiva.

Ad esempio: emetto una fattura falsa indicando il corrispettivo di € 50.000 oltre Iva, per la  vendita di un’autovettura, ma il prezzo di vendita reale è € 40.000 oltre IVA.
Come si può notare dall’esempio, la sovrafatturazione può riguardare sia cessioni di beni che prestazioni di servizi, anche se, per le prime è maggiormente problematica, ciò che approfondirò nel paragrafo sull’onere della prova.

 

3. L’onere probatorio che incombe sull’Ufficio.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento occorre premettere un’informazione generale su come si evidenziano le fatture oggettivamente inesistenti; in altre parole: il Fisco come fa a saperlo?
L’emersione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti può derivare da una verifica nei confronti di altri soggetti, tipicamente le società cartiere, nel corso della quale vengono ritrovati elenchi di clienti e/o fatture emesse.
Altra fonte di emersione è una verifica analitica nei confronti del destinatario delle fatture, durante la quale vengono analizzate alcune fatture sospette (ad esempio per l’importo o per il contenuto).

Fatta questa opportuna premessa e calandomi in una delle fonti di innesco descritte sopra, quale onere incombe sugli organi verificatori che ritengano di aver scoperto delle fatture per operazioni oggettivamente inesistenti?
Non è sufficiente un sospetto o un’intuizione per desumere l’inesistenza oggettiva e, di conseguenza, l’indeducibilità del costo e l’indetraibilità dell’IVA.
Infatti, l’articolo 226 della Direttiva 2006/112/CE, attuato nel nostro ordinamento dall’articolo 21, DPR 633/72, prevede che le operazioni soggette ad IVA debbano essere documentate da una fattura che rispetti i requisiti di forma e di contenuto stabiliti dalla norma stessa.
Perciò, se viene trovata una fattura formalmente corretta, l’organo verificatore deve dimostrare che l’operazione sottostante non è effettiva, ma è soltanto un’operazione cartolare.
Ad esempio, l’inesistenza oggettiva di una prestazione di servizi può essere dimostrata risalendo alla società emittente ed alla sua mancanza di struttura o know-how per rendere quel tale servizio.

 

4. L’onere probatorio che incombe sul contribuente.

Una volta che l’organo verificatore o l’Agenzia delle Entrate, in un avviso di accertamento, abbiano provato l’inesistenza oggettiva o la sovrafatturazione dell’operazione sottostante, l’onere della prova “si ribalta” sul contribuente.
Anche in relazione a questo argomento intendo premettere che non sempre le verifiche e gli accertamenti per operazioni oggettivamente inesistenti sono mirati.
Mi riferisco al fatto che vi sono situazioni, purtroppo non rare, in cui un contribuente “venga preso nella rete” di una verifica su una cartiera, effettiva o presunta, ed indebitamente accomunato a destinatari di operazioni oggettivamente inesistenti. In altre parole, il contribuente ha acquistato effettivamente beni o servizi e non ha retrocesso il denaro pagato; nonostante ciò, si trova invischiato in una situazione alquanto spiacevole.

Dunque, come difendersi?

La mia esperienza professionale mi insegna che la prova dell’effettuazione delle operazioni, bollate come oggettivamente inesistenti, è una prova di tipo presuntivo. Si tratta di fornire una pluralità di indizi, gravi, precisi e concordanti, che confutano la conclusione dell’inesistenza oggettiva, tratta dall’Agenzia delle Entrate.
Intanto, occorre valutare l’esaustività della prova fornita dall’Ufficio, in quanto potrebbe essere lacunosa e generica e, quindi, insufficiente.

Oltre a ciò, potrebbero essere indizi utili:

  • l’occasionalità del rapporto commerciale con la cartiera,
  • la prova dell’effettuazione del servizio (una brochure, un parere, tutto ciò in cui si estrinseca il servizio) o dell’acquisto del bene,
  • la circostanza che il prezzo di acquisto sia in linea con quello di mercato,
  • il fatturato generato dall’acquisto
  • ecc.

Questo elenco fornisce anche un’indicazione di “buona prassi” da seguire nella gestione amministrativa, specialmente nel caso di acquisto di servizi: non accettare un qualsiasi contratto, ma ricorrere alla consulenza di un professionista qualificato, che possa redigere un contratto, non solo valido sotto il profilo civilistico, ma utile anche in caso di contestazione (l’avvocato tributarista è la figura più indicata per questo tipo di consulenza), assumere informazioni sul cedente, per evitare spiacevoli sorprese, conservare la documentazione dell’effettuazione del servizio, oltre alla normale documentazione amministrativa e, soprattutto, non fidarsi di chi dice: “Ho sempre fatto così”, perchè quest’affermazione non è fonte del diritto.

 

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