Avvocato tributarista AnconaAvvocato tributarista JesiSocietà estere e presunzione di esterovestizione

Esterovestizione societaria: un caso concreto

Esterovestizione criteri

L’apertura di un’attività o la costituzione di una società all’estero è vissuta dai contribuenti italiani come la panacea di tutti i mali. Più frequentemente di quello che si possa pensare non vi è alcuna preparazione, né presa di coscienza delle conseguenze fiscali di quello che si va ad iniziare. I nodi vengono al pettine quando si legge su Internet qualche post di approfondimento. Solo allora sorgono delle domande, più che legittime. Tuttavia, questo comportamento evidenzia l’assoluta mancanza di strategia imprenditoriale e, come conseguenza, il dispendio di tempo e risorse.

 

La residenza fiscale  è determinante per la tassazione del reddito

Nei miei precedenti post

ho trattato il tema della residenza fiscale delle persone fisiche e delle società.

La residenza fiscale è un aspetto determinante per la tassazione del reddito della persona fisica e della società.

In particolare, l’esterovestizione è la presunzione di residenza in Italia di una società che solo formalmente risiede all’estero.
L’operatività della presunzione di esterovestizione ha come conseguenza che la società, in realtà, è residente in Italia e, perciò, deve ottemperare agli obblighi fiscali.

Ricordo che in base all’art. 73,3 comma, DPR 917/86 la residenza fiscale di una società si presume in Italia se qui è stabilita la sede legale, quella amministrativa o viene svolto l’oggetto sociale per la maggior parte del periodo d’imposta.
La “maggior parte del periodo d’imposta” significa per più di 183 giorni.

La difficoltà più grande che incontrano i contribuenti è quella relativa allo svolgimento dell’oggetto sociale in Italia.
Infatti, pur fissando la sede legale o amministrativa all’estero, si può svolgere l’attività in Italia e, dunque, la società è fiscalmente residente in Italia.

 

Come viene accertato lo svolgimento dell’attività dall’Agenzia delle Entrate?

Lo svolgimento dell’attività viene accertato dall’Agenzia delle Entrate sulla base di fatti presuntivi.
Ad esempio: utilizzo di conto corrente in Italia, conservazione della contabilità in Italia, assenza di contratto di locazione della sede estera o di personale addetto.

Recentemente si è rivolto me un contribuente che ha costituito una società all’estero e che effettivamente svolge l’attività risultante dall’oggetto sociale all’estero (corsi di lingua inglese), oltre ad avere in uno Stato estero la sede legale.

Il contribuente è sia socio che l’unico dipendente fisso della società estera che affitta un working space.
I clienti sono tutte agenzie estere che intermediano i corsi di lingua per privati.

Per un breve periodo il contribuente ha risieduto in Italia e si chiede se essendo fiscalmente residente in Italia per quell’anno, la società estera possa rischiare di essere considerata esterovestita.

Sto iniziando ad analizzare la sua posizione e, perciò, non sono ancora giunta ad un inquadramento definitivo della vicenda.
Tuttavia, posso seguire nella mia analisi alcune pietre miliari, che mi consentiranno di escludere o meno l’esterovestizione della società.

I segnali che i contribuenti devono osservare quando costituiscono una società estera sono quelli indicati dall’articolo 73, 3 comma del TUIR.

L’esterovestizione della società non va confusa con la residenza fiscale della persona fisica socio: sono due concetti diversi.

Tuttavia, una persona fisica residente in Italia, che sia socia o dirigente di una società estera, può rischiare di far scattare la presunzione di esterovestizione della società straniera.

Attenzione, quindi, agli indizi che possono far collegare l’attività svolta in Italia dal socio o amministratore persona fisica, residente in Italia, alla società estera.

L’esterovestizione viene contestata quando il comportamento della persona fisica residente in Italia rivela che l’attività della società estera è effettivamente svolta in Italia.

 

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