Avvocato tributarista AnconaAvvocato tributarista JesiSocietà estere e presunzione di esterovestizione

Esterovestizione societaria: novità dalla Cassazione

Esterovestizione - Sentenze 2018

Il rischio di esterovestizione

Spesso le società italiane che intendono iniziare all’estero la propria attività, attraverso apposite società estere che hanno sede legale e amministrativa all’estero e lì attuano l’oggetto sociale, corrono il rischio della esterovestizione “di fatto”, con tutte le conseguenze, anche penali, che possono derivarne.

Il mese scorso la Cassazione, nelle sentenze 33234/2018 e 33235/2018, è ritornata in modo innovativo sull’argomento.
Le sentenze sono di estremo interesse, non tanto e non solo per essere a favore del contribuente.
La parte più interessante riguarda il legame, posto dalla Suprema Corte, tra costituzione di società all’estero e diritto comunitario di stabilimento.

Nel precedente post “Esterovestizione: come ci si oppone?” avevo spiegato cos’è l’esterovestizione.
In estrema sintesi, con questo termine si identifica una società apparentemente residente all’estero, in realtà, fiscalmente residente in Italia. Come suggerisce il termine, si fa indossare alla società un vestito estero, che è solo una forma, mentre nella sostanza effettiva si tratta di soggetto residente in Italia.
Questa presunzione è la conseguenza dell’applicazione dell’art. 73,3 comma, DPR 917/86, secondo cui la residenza fiscale è fissata nello stato dove la società ha la sede legale, la sede dell’amministrazione o l’oggetto sociale in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta.

Il mese scorso due sentenze della Cassazione: la n. 33234/2018 e 33235/2018, hanno sparigliato le carte dell’orientamento sull’esterovestizione.
Analizziamo queste due sentenze che introducono nuove chance di difesa per i contribuenti.
Chance che sono utili anche quando si progetta di costituire una società all’estero.

 

Le cause in breve

Le due sentenze 33234/2018 e 33235/2018 sono le ultime decisioni sugli accertamenti notificati dall’Agenzia delle Entrate di Milano a Dolce & Gabbana.
Ricordo sinteticamente che era stata costituita una holding lussemburghese a cui veniva riconosciuto il diritto di sfruttare in esclusiva le royalties della casa madre italiana.
Di cosa si trattava? La holding lussemburghese era titolare dei  marchi Dolce & Gabbana e li aveva concesso in esclusiva alla Dolce & Gabbana italia che pagava delle royalties (ossia canoni per la concessione dell’uso del marchio).

Perchè l’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’esterovestizione?

Per il semplice fatto che la holding lussemburghese non aveva struttura amministrativa, nè dipendenti.
Perciò, il Fisco italiano riteneva che la holding lussemburghese fosse un semplice escamotage per evadere le imposte in Italia e pagarle in Lussemburgo.
Stato, com’è noto, che pratica condizioni fiscali vantaggiose.

Dolce & Gabbana ha perso in entrambi i gradi di merito e si è rivolta alla Corte di Cassazione.
In modo sorprendente la Cassazione ha accolto i ricorsi.

Il ragionamento seguito dai Supremi giudici è il collegamento tra diritto di stabilimento all’interno dell’Unione europea ed esterovestizione.

Spiego meglio questo concetto difficile!

Richiamando l’orientamento della Corte di giustizia UE, la Cassazione ha negato che il trasferimento in uno Stato estero fiscalmente più vantaggioso implichi automaticamente esterovestizione.
Quindi, il trasferimento all’estero, di per sè, non viola la libertà di stabilimento.

Infine, ha attribuito importanza, per escludere l’esterovestizione, ai  compiti esecutivi svolti in Lussemburgo, ravvisati negli avvisi di accertamento e nelle sentenze di merito.
I compiti esecutivi significano che un’attività, per quanto minima, era svolta in Lussemburgo.

Un approfondimento sui requisiti dell’esterovestizione

Prometto di tornare su queste sentenze in prossimi post.

Un primo suggerimento operativo è che quando si decide di internazionalizzare la propria attività occorre curare tutti gli aspetti.
Le due sentenze fungono come “nota bene”, non annullano tutte le precauzioni circa l’effettivo svolgimento dell’attività su cui mi ero soffermata nel post “Esterovestizione: come ci si oppone?”.

La Cassazione fa un approfondimento sui requisiti dell’esterovestizione e la esclude quando vi sia un’attività operativa svolta all’estero.
Quindi, nessuna leggerezza nella progettazione dell’attività da costituire all’estero, solo un elemento in più da valutare favorevolmente.

È importante che l’imprenditore non decida da solo, ma trovi un valido alleato nel proprio avvocato tributarista, in grado di affiancarlo nel modo più proficuo possibile.

 

 

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