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Esterovestizione societaria: come ci si oppone?

Esterovestizione societaria

Spesso le società che hanno deciso di espandere all’estero la propria attività, costituendo dei soggetti giuridici che hanno sede legale, svolgono l’attività e sono gestite all’estero, rischiano di vedere contestata un’esterovestizione “di fatto”, con tutte le conseguenze, anche penali, che possono derivarne.

La contestazione di esterovestizione societaria si verifica spesso e mette in difficoltà le società che svolgono effettivamente attività fuori dall’Italia. Come ci difende?

Una sentenza della Commissione Tributaria provinciale di Milano permette di fare alcune considerazioni sulla difesa del contribuente.

 

Che cos’è l’esterovestizione?

L’esterovestizione è il ritenere che una società, in apparenza residente all’estero, sia, in realtà, fiscalmente residente in Italia. La conseguenza è che dovrà pagare l’IRES.

Come si determina la residenza fiscale di una società?

L’art. 73,3 comma, DPR 917/86 collega la residenza fiscale all’avere la sede legale, la sede dell’amministrazione o l’oggetto sociale in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta.

Che significa? Convenzionalmente “maggior parte del periodo d’imposta” significa per più di 183 giorni.

Il successivo comma 4 specifica che l’oggetto sociale esclusivo o principale viene precisato nell’atto costitutivo. Inoltre, l’oggetto principale è quell’attività essenziale che dev’essere svolta per ottenere l’oggetto sociale.

Esempio.
L’atto costitutivo di un calzaturificio contempla che l’oggetto sociale sia la produzione e commercializzazione di scarpe. L’oggetto principale è la produzione di scarpe, condizione essenziale per raggiungere l’oggetto sociale.

Come si stabilisce l’oggetto sociale in mancanza dell’atto costitutivo?
Il comma 5 dell’art. 73, DPR 917/86 richiede di considerare all’attivita effettivamente esercitata.

Perciò, tornando all’esempio, se l’attività calzaturiera fosse svolta da una società “di fatto”, osservando l’attività effettivamente svolta si può concludere che l’oggetto sociale è la produzione ed il commercio di calzature.

 

Esterovestizione: la sentenza n. 6814/14/2017 della Commissione Tributaria provinciale di Milano

Questa sentenza è molto importante per la difesa della società a cui sia stata contestata l’esterovestizione.
Il caso deciso dai giudici di Milano riguarda una società italiana del settore della raccolta e riciclo di rottami ferrosi, con diverse partecipazioni in società estere.
In particolare, la società aveva detenuto una importante partecipazione in una società americana, che si occupava di recupero e riciclo di batterie usate.
A causa di varie difficoltà, che qui tralascio, era stato necessario che la società entrasse direttamente nel mercato americano.
Venne creata una nuova società che si accollò tutte le attività svolte dalla vecchia.
Per far fronte al nuovo assetto, con i conseguenti costi e responsabilità, vennero creati due società con sede in Olanda.

L’accertamento di esterovestizione  nasce da un procedimento penale per omessa dichiarazione.
La società si è difesa dall’esterovestizione depositando i certificati di residenza rilasciati dall’autorità fiscale olandese.
La ritenuta esterovestizione si fondava, quindi, sui dati emersi nell’indagine penale.

La società ha prodotto documentazione che dimostrava la risalente attività svolta all’estero e le difficoltà che hanno spinto la società italiana alla creazione di un nuovo soggetto giuridico in USA e delle società olandesi.

Questi elementi sono estremamente importanti, perché dimostrano che la società estera è stata costituita per motivi gestionali/commerciali, cioè economici.
In altre parole, non è una società che fittiziamente ha sede all’estero e che, perciò, è esterovestita, ma una genuina costruzione che svolge attività all’estero.

Inoltre, le due società olandesi socie dell’americana hanno la particolarità di essere situate nell’Unione Europea.
Questo non è aspetto secondario, perché nella UE vige la libertà di stabilimento.

In secondo luogo, la Commissione Tributaria provinciale di Milano ha ritenuto errato il rifiuto dei certificati di residenza fiscale rilasciati dall’autorita fiscale olandese.

Infine, la società ha depositato la sentenza penale di assoluzione, che è stato valutato come ulteriore elemento probatorio a favore della società.

 

Esterovestizione: una sentenza per avvocati tributaristi!

La situazione decisa dai giudici di Milano era complessa.

L’asso nella manica, oltre alla sentenza penale, è stata la prova dell’effettiva attività svolta in Olanda da parte delle due società che partecipavano in quella americana.
Infatti, la sentenza ha ritenuto che i certificati di residenza fossero una prova dell’inesistenza dell’esterovestizione superabile dall’Agenzia delle Entrate solo con delle presunzioni gravi, precise e concordanti.

Questa sentenza dimostra, ancora una volta, che il contribuente deve affidarsi ad un professionista qualificato.

Accontentarsi di uno”qualsiasi” o di una consulenza “fai da te” fa perdere tutti i soldi che si riteneva di aver risparmiato, con delle pesanti conseguenze sanzionatorie che possono anche portare alla cessazione dell’attività.

 

 

2 pensieri su “Esterovestizione societaria: come ci si oppone?

  1. Articolo molto interessante, come i tanti presenti su questo blog. Condivisibile la pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, anche se devo dire che, in precedenti occasioni, l’orientamento del foro milanese, su tale questione, mi è sembrato finanche più garantista, frenando interpretazioni della norma troppo penalizzanti per il contribuente o non giustificate da un’effettiva – e non meramente fittizia – volontà evasiva. In una precedente occasione la CTP di Milano (sentenza del 10 marzo 2015, n. 2853) aveva anche sottolineato come la contestazione abbia senso se, e solo se, la società estera sia localizzata in un Paese a bassa fiscalità, altrimenti la sua creazione evidentemente non può dipendere da finalità fiscali, in quel caso si trattava di società francese. La CTP Milano espresse il principio per cui: “La Francia, come notoriamente è risaputo, non è un paese con trattamento fiscale più vantaggioso rispetto a quello italiano (l’aliquota normale d’imposta sulle società è pari al 33,33%) […] A giudizio di questo Giudice, per parlare di esterovestizione, occorre che la società estera abbia la sede legale in un paese considerato black list e non in un paese che non è considerato tale, come la Francia. Poiché quest’ultima non fa parte della lista nera, nel caso in questione non si può parlare dell’istituto di esterovestizione. Ebbene, nel caso de quo, il fisco italiano non può attrarre a sé la tas-sazione di un soggetto giuridico che la sede legale in Francia, in quanto la tassazione era più alta di quella italiana”.
    Ancora complimenti per l’articolo.
    Un caro saluto
    Avv. Federico Pau

    1. Caro collega, ti ringrazio per i complimenti. L’esterovestizione è un argomento che mi piace molto ed un problema molto sentito dalle imprese che intendono produrre anche all’estero.
      Ricambio volentieri i saluti

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