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L’Agenzia delle Entrate per quanto tempo può accertare gli oneri pluriennali?

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Tutti sanno che l’Agenzia delle Entrate può accertare i redditi dei contribuenti entro quattro (fino al periodo d’imposta 2015) o cinque anni (dal periodo d’imposta 2016).
Quindi dal periodo d’imposta successivo alla scadenza dei termini “liberi tutti”?
Non è così! O meglio: può non essere così se avete sostenuto spese che sono detraibili in più periodi d’imposta (ad esempio spese di ristrutturazione edilizia, detraibili in dieci quote) o per ammortamenti.
In questi casi come si deve comportare il contribuente? Deve attendere la scadenza dei termini di accertamento sull’ultimo periodo d’imposta oppure può “tenere buono” il termine di accertamento del periodo in cui ha sostenuto la spesa?

In termini di diritto di difesa non è differenza di poco conto.
Per vostra informazione nemmeno la Cassazione la pensa in modo costante, tanto da rimettere la questione alle Sezioni Unite.
Ma vediamo insieme tutto con ordine.

Quanto tempo vanno conservate le fatture dei beni ammortizzabili?

Nel post “Quanto tempo vanno conservate le fatture di acquisto dei beni ammortizzabili” ho trattato di un tema complementare a quello di oggi.
Se l’impresa acquista un capannone deve conservare le fatture di acquisto per trentatrè anni?

Da un lato, il Codice civile, all’articolo 2220 prevede:

“Le scritture devono essere conservate per dieci anni dalla data dell’ultima registrazione. Per lo stesso tempo devono conservarsi le fatture, le lettere e i telegrammi ricevuti e le copie delle fatture, delle lettere e dei telegrammi spediti”.

Sul fronte fiscale i termini di conservazione sono agganciati a quelli di accertamento.
Infatti, il contribuente deve mostrare all’Agenzia delle Entrate i documenti contabili e, in particolare le fatture in caso di richiesta.

Quindi, l’articolo 22 del DPR 600/73 stabilisce:

“Le scritture contabili obbligatorie devono essere conservate fino a quando non siano definiti gli accertamenti relativi al corrispondente periodo d’imposta, anche oltre i termini previsti dall’articolo 2220 del Codice civile. Fino allo stesso termine di cui al precedente comma devono essere conservati ordinatamente, per ciascun affare, gli originali delle lettere, dei telegrammi e delle fatture ricevuti e le copie delle lettere e dei telegrammi spediti e delle fatture emesse.”

Nel post avevo evidenziato che un aggravio conservativo per il contribuente si verifica solo nel caso di fatture di acquisto dei beni ammortizzabili.
Perché?
Perché l’aliquota di ammortamento è molto bassa e l’ammortamento di un impianto dura più di cinque anni o di dieci anni.
Il contribuente non può gettare le fatture di acquisto dopo dieci anni, perchè potrebbe doverne rendere conto al tredicesimo anno, ad esempio.

Se l’Agenzia delle Entrate contesta il merito della deduzione

Oggi prendo spunto dall’ordinanza 10701/2020 della Cassazione per guardare il tema da un altro punto di vista.

Qual’è il problema che ha innescato il ricorso?

Una banca aveva svalutato un credito nel bilancio 2003. Questa svalutazione è deducibile in nove periodi d’imposta.
Nel 2009 l’Agenzia delle Entrate contesta questa deduzione, in riferimento al periodo d’imposta 2004.
Cioè il “secondo” nono.

Spiego con una simulazione numerica.
Credito € 1.000.000
Svalutazione totale 50.000
Quota (1/9) per singolo periodo d’imposta (dal 2003 al 2012): € 5.555.

L’Agenzia delle Entrate contesta il merito della deduzione, cioè il contenuto della scelta fatta nel 2003.
In sintesi, ha negato parte della svalutazione, in base alla Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Olanda.

Se i giudici di merito non concordano con l’Agenzia delle Entrate

Come si sono pronunciati i giudici di merito?
Sia la commissione tributaria provinciale che quella regionale hanno dato ragione alla Banca.

In particolare, la Commissione tributaria regionale ha ritenuto che l’avviso di accertamento fosse stato notificato fuori dal termine di decadenza per l’accertamento sul 2003 (anno della svalutazione).

L’Agenzia delle Entrate poteva solo verificare che la quota della svalutazione attribuita al periodo d’imposta successivo corrispondesse ad un nono della svalutazione operata.

In altre parole: l’Agenzia può accertare solo il calcolo.

L’importo è effettivamente il quoziente della divisione del totale per 9?

L’Agenzia delle Entrate non può, invece, entrare nel merito del calcolo del totale complessivo della svalutazione deducibile.
Quindi, nel 2009 l’Agenzia non può ritenere indebita la svalutazione scelta nel 2003.
Può solo controllare il corretto calcolo della quota dedotta nel 2004 (periodo d’imposta ancora accertabile).

Cosa ne pensa la Cassazione di questa faccenda degli oneri pluriennali

Cosa ne pensa la Cassazione?
La Corte di Cassazione è chiamata in causa dal ricorso dell’Agenzia delle Entrate.
L’Agenzia delle Entrate pone un problema interpretativo: per i componenti di reddito a efficacia pluriennale quando si verifica la decadenza dalla potestà impositiva?

L’Agenzia delle Entrate  può accertare una componente pluriennale, sia per una diversa ricostruzione, sia perchè dà una diversa qualificazione giuridica ai suoi fatti costitutivi.

Entro quando deve esercitare il potere di accertamento?
Entro il 31 dicembre del quarto (ora quinto) anno successivo a quello della dichiarazione in cui è esposta la quota annuale?
Oppure entro il 31 dicembre del quarto (ora quinto) anno successivo a quello della dichiarazione del periodo d’imposta il cui il componente reddituale è maturato ed è stato contabilizzato e iscritto per la prima volta in bilancio?

La Commissione Tributaria Regionale ha scelto questa seconda tesi.

L’Agenzia delle Entrate avrebbe potuto accertare il merito solo fino al 31.12.2008. Perché la svalutazione era stata disposta nel 2003.

Due sentenze hanno già trattato compiutamente la questione: n. 2899/2019 e n. 9993/2018.
In queste due sentenze la Cassazione ha ritenuto che il termine di decadenza è riferito al periodo d’imposta in cui la componente reddituale è stata indicata in bilancio.
Questo per evitare che il contribuente sia esposto, a tempo indeterminato, all’azione del Fisco.

Inoltre, al periodo di iscrizione in bilancio si ricollegano i presupposti del diritto alla deduzione.
In tale periodo si predispone la documentazione giustificativa.

In tale anno viene stabilito il valore del diritto alla deduzione dell’onere pluriennale.
Il frazionamento successivo interferisce solo sul mero esercizio del diritto.
Altre sentenze (del 2010 e 2016) sono di opposto orientamento.

Un contrasto di giurisprudenza all’interno della sezione tributaria

Qual’è la soluzione?
L’ordinanza 10701/2020 approfondisce i due orientamenti contrapposti.
C’è un contrasto di giurisprudenza all’interno della sezione tributaria. Questo contrasto ha delle ricadute concrete sulla posizione del contribuente e sul diritto di difesa.
Perciò, i giudici hanno deferito la questione alle Sezioni Unite affinché si pronuncino in modo definitivo.

Ad oggi dobbiamo attendere la pronuncia delle Sezioni Unite. Auspico una soluzione di buon senso e amica dell’intrapresa privata.

Il mio consiglio sulla gestione degli oneri pluriennali

In attesa della soluzione che si fa?
Da persona prudente quale sono vi consiglio di conservare le fatture di acquisto o le pezze giustificative degli oneri pluriennali o delle spese di ristrutturazione.

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